Fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te

17 Febbraio 2013

Un racconto di Giulia di Pietro

“Aeroporto di Malpensa, 2 agosto 2011: stringo tra le mani un biglietto con destinazione “Kampala – Uganda” e ancora non mi rendo conto del tutto che sto davvero partendo, sto per realizzare quel desiderio, presente da tempo dentro di me, di conoscere di persona un pezzo di mondo diverso dal nostro caotico e frettoloso occidente. L’emozione è tanta, anche se ancora non posso immaginare che quelle quattro settimane diventeranno una delle esperienza più belle e più importanti della mia vita.

Per un mese ho condiviso la casa e la quotidianità con un’altra ragazza italiana e tre ugandesi e questo mi ha costretta fin da subito a mettere da parte ogni abitudine “occidentale”, ogni modo di fare o di pensare, per aprirmi a loro e alla loro vita: ma quelle che all’inizio erano rinunce e, per certi versi, anche piccoli sacrifici, presto sono diventate ricchezza, un nuovo modo di pensare e di relazionarmi con chi avevo intorno.

Mi ha colpita la concezione che gli africani hanno della persona: per loro al centro di ogni cosa sta la persona, l’altro, e non il tempo, la fretta, gli impegni. E così, ad esempio, una riunione inizia quando tutti sono arrivati, e non solo quando lo dice l’orologio, o l’autobus parte quando è pieno e tutti sono saliti, e non ad un orario prestabilito. Pian piano ho imparato a non controllare più che ora fosse, ma a lasciare che le giornate venissero scandite dai rapporti con gli altri, piuttosto che dal ticchettio delle lancette.

“Come potete voi occidentali basare le vostre giornate sullo scorrere del tempo, che non vi appartiene e non potete controllare in alcun modo?”: una domanda che ancora mi risuona dentro quando mi lascio travolgere dalla frenesia delle giornate, rischiando di ignorare le persone che ho attorno.

Tipico dell’Africa sub-sahariana è il concetto di “Ubuntu”, un’espressione che può essere tradotta come “Io sono ciò che sono per merito di ciò che siamo tutti”. A questo proposito, Nelson Mandela ha detto: “Ubuntu non significa non pensare a se stessi; significa piuttosto porsi la domanda: voglio aiutare la comunità che mi sta intorno a migliorare?”.

Quanta saggezza in queste parole! E mi sono accorta, durante quel mese a Kampala, che non si tratta solo di parole ma di vita vera, di quotidianità vissuta nella prospettiva del “noi” e non solo dell’”io”: tutto è in comune, tutto è fatto insieme, i figli dei vicini sono come i tuoi e anche l’ospite più sconosciuto che capita per sbaglio in casa tua diventa immediatamente parte della famiglia.

Non scorderò mai la commozione provata quando, insieme alle mie coinquiline, sono stata invitata a pranzo dalla famiglia di una di loro: una casa senza bagno in un quartiere non così diverso da una baraccopoli, eppure la tavola era imbandita e il pasto abbondante. Perché non importa quanti sacrifici ti costi invitare a pranzo le amiche di tua figlia, l’ospitalità, la reciprocità e la condivisione con l’altro contano più di ogni altra cosa.

Ho lasciato l’Uganda sentendomi, paradossalmente, più ricca di prima: non certo una ricchezza materiale, ma un arricchimento della mia persona e della mia anima che, in qualche maniera, ha cambiato anche il mio modo di vivere in Italia. Per settimane sono stata straniera, quella con un colore della pelle diverso, una lingua diversa, abitudini diverse; eppure sono sempre stata accolta, ho sempre trovato un sorriso e una stretta di mano, mai mi sono sentita discriminata o fuori posto. Adesso, incontrando per strada i tanti immigrati che abitano nella mia città, mi sembra di vederli con occhi nuovi: mi calo nei loro panni, non è più solo questione di rispetto umano, è la consapevolezza che ognuno di loro ha lasciato, probabilmente per cause di forza maggiore, patria, amici, famiglia; ognuno di loro potrebbe essere mamma o papà dei tanti bambini che ho conosciuto a Kampala; ognuno di loro ha abbandonato la sua casa, magari poverissima, magari in una baraccopoli degradata, ma pur sempre la sua casa.

Questo pezzo di Africa che ogni giorno sbarca in Europa merita, secondo me, quella stessa, enorme accoglienza che io per prima, pur straniera e bianca, ho ricevuto in Uganda: è condivisione, è reciprocità, è Ubuntu, è qualcosa che va ben oltre il semplice rispetto per “il diverso”. Che poi, diverso da chi? Poche ore di aereo e “il diverso” sei tu, e ti rendi conto che siamo tutti molto più simili di quanto non si creda.”

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