Il senso delle cose per far politica

16 Dicembre 2015

 

Le radici laiche del popolarismo. A Genova un testimone credibile, Dino Gallo, come maestro per “osare la speranza” abbracciando la fragilità. A colloquio con Raffaele Caruso dell’associazione Liberi e/o forti che presentano a Roma la rivista Stagioni
 
Girando l’Italia con Slot Mob si incontrano diversi pezzi di società capaci di organizzarsi per resistere ai vari poteri iniqui come quello del complesso finanziari e politico che sostiene l’azzardo. Non è un caso che a Genova e in Liguria esista una normativa locale che si è rivelata la bestia nera per le aziende che pensavano di vincere facile davanti al Tar contro regolamenti studiati per difendere il bene comune.
Dietro a questi risultati c’è anche il contributo di un gruppo di amici, riuniti nell’associazione Liberi e/o Forti, che ha preso sul serio l’impegno sociopolitico cercando di dare ragione del proprio lavoro con la rivista “Stagioni”, un quadrimestrale nato nel 2014 a Genova e che dal 27 novembre si presenta a livello nazionale con un incontro alla Camera dei Deputati. Come dicono sul loro sito, «siamo un’associazione culturale, ma non siamo intellettuali: siamo semplicemente persone animate dalla voglia di trovare e ritrovare il senso delle cose. Questo per noi è la cultura: la convinzione che la scoperta e la riscoperta del senso delle cose alleggerisca il peso di un quotidiano che in questo tempo, troppo spesso, si fa per molti insopportabile».
Per conoscere meglio questa realtà abbiamo posto alcune domande a Raffaelle Caruso, giovane avvocato genovese, tra i fondatori dell’associazione.
 
Il riferimento ai “liberi e forti” è comune a una certa tradizione cattolico-democratica ormai tramontata. Cosa significa, invece, per voi, per lo più giovani professionisti, che da tempo vi impegnate in una città simbolo della laicità esigente e disincantata?
«La scelta di chiamarci “Liberi e/o Forti” è fortemente legata alla stima per una generazione di persone che si sono impegnate nella vita pubblica genovese, culturale e politica, fino agli anni ’80 e che hanno vissuto un’intensa esperienza ecclesiale negli anni ’60, anticipando nel dibattito alcuni dei temi del Concilio Vaticano II. Si tratta di persone che, in modo diverso, sono state per noi punti di riferimento nel nostro percorso di formazione, specie per chi ha poi vissuto una stagione di impegno politico. Il nome ci è stato suggerito proprio da uno di loro, uno di quelli che più ci è stato vicino nella nascita dell’associazione e di Stagioni e che purtroppo oggi non c’è più. Abbiamo scelto questo nome perché, nel voler dare il via ad un’esperienza di “tuffo nella realtà” con lo sguardo al futuro, sentivamo il desiderio di non nascondere le nostre radici».
 
Quale è uno dei tratti attuali del popolarismo?
«Dal punto di vista storico ci piace richiamarci al popolarismo anche per la sua componente di laicità: se ci caliamo in quella fase storica, il fenomeno popolare è una vera e propria “uscita dalle sacrestie” per raccontare un’esperienza vissuta e portarla in politica, cercando obiettivi e linguaggi che parlino alle persone, anche a quelle non animate dalla fede, ma comunque appassionate al comune destino dell'”umano”. In questo senso siamo felici di avere accanto a noi, oggi, a condividere la responsabilità di Liberi e/o forti, persone che non provengono da un percorso di fede, ma che condividono la passione con cui guardiamo la realtà».
 
Che ruolo ha avuto per voi l’insegnamento di Dino Gallo?
«È una domanda che mi commuove. Dino è stato per alcuni di noi il maestro per antonomasia e non a caso questa era la sua professione. Dino era il riferimento per tutti quei giovani che si affacciavano all’impegno politico ed era la persona che più era in grado di tenere desta la tensione valoriale che molti di noi avevano conosciuto nelle associazioni cattoliche e che nel partito pareva scomparire. Quando lo incontravo mi colpiva il fatto che le sue prime domande fossero sempre tese a chiedere come andasse l’università e il rapporto con la fidanzata: un maestro di politica che sapeva dare il giusto ordine di priorità alle cose».
 
Quale era lo stile della sua scuola politica?
«Una tappa obbligata del percorso di formazione che lui proponeva erano le visite alle comunità terapeutiche gestite dal fratello, don Andrea Gallo, a ricordarci che gli ultimi dovevano essere il centro di qualunque azione politica. Modesto sino all’abnegazione, ho scoperto solo col tempo che era stato il fulcro di molte delle scelte politiche più importanti per la città di quegli ultimi anni’80 e dei primi anni ’90».
 
Stiamo parlando di un personaggio significativo della Resistenza “cattolica” al nazifascismo…
«Personalmente ho conosciuto tardi il suo passato partigiano, dopo molti anni di frequentazione: con me l’aveva tenuto quasi nascosto e, una volta scoperta la sua storia, è stato bello rivedere il suo modo di continuare ad essere partigiano senza ostentazione, ma avendo chiara la gerarchia dei valori e vivendo senza mezze misure la sua predilezione per gli ultimi. Infine mi piace ricordare il motto della brigata partigiana di cui era comandante, cui più volte ci siamo richiamati nei nostri impegni: “Osare la speranza”. Una frase che, scelta da quei ragazzi negli anni ’40, ci riporta con un balzo alla Chiesa di papa Francesco».
 
Dove bisogna ora “osare la speranza”? Quali sono, a vostro giudizio, le fratture più evidenti del nostro tessuto sociale e quale percorso è possibile avviare?
«Mi viene da rispondere richiamando il percorso iniziale di Stagioni: desiderio, legami e fragilità. La rinuncia al desiderio e alla dimensione più profonda dell’umano è la vera crisi che origina le fratture della nostra società: la solitudine ne è il sintomo e la conseguenza più evidente unitamente alla convinzione che ce la si possa fare da soli. Abbracciare la fragilità è invece l’unica strada possibile, riconoscendoci noi per primi fragili e quindi capaci di accogliere la fragilità che è nell’altro: questo è per noi il vero significato di sviluppo, perché uno sviluppo che non parta dalla strada non è sviluppo, o, per usare un gioco di parole, è uno sviluppo che non ha strada».
 

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