Musulmani e cristiani a Roma. Il realismo della pace

14 Dicembre 2015
A un mese dagli attentati di Parigi, una risposta di comunione in piazza San Pietro promossa dal Movimento dei Focolari e da alcune comunità islamiche italiane. Papa Francesco: «Andate avanti con coraggio nel percorso di dialogo e di fraternità».
Amore contro chi predica e semina odio, condivisione contro chi spera nelle divisioni, confidenza contro chi vuol far vivere gli altri nella diffidenza e nella paura. Tante comunità cristiane, di tutta Italia e del mondo, focolarine in particolare, sperimentano già da anni un tipo diverso di pace tra le persone nel nome non di un bel concetto, di un’idea di cui dissertare nel chiuso di sale di convegni ma in quello che è diventato pratica quotidiana di tutti i giorni. Catania, Trieste, Roma ma anche Aleppo sono esempi concreti di come le diversità possano e debbano essere una ricchezza per crescere in comunione gli uni con gli altri. Una esperienza che diventa ogni giorno sempre più importante e fondamentale per scongiurare e battere sul tempo chi invece nelle differenze vede un pericolo e che alimenta il fuoco della guerra totale.

A un mese dai tragici fatti di Parigi, dove sono morte decine di persone di ogni credo ed estrazione sociale, le comunità focolarine e alcune comunità islamiche italiane vogliono far sentire la propria voce e dimostrare come la pratica dell’amicizia e della conoscenza può fare la differenza.
Nella giornata di domenica, dopo l’Angelus di papa Francesco in piazza San Pietro nella sala dell’Augustinianum le comunità hanno voluto portare dal Nord al Sud della Penisola, ma anche dal resto del mondo, degli esempi di fratellanza e di dialogo tra chi ha scelto di vivere ogni giorno fianco a fianco, cristiani e musulmani, senza paura ma con la voglia sempre crescente di conoscersi nella consapevolezza che sono più le cose che ci avvicinano di quelle che ci dividono.
Una convivenza pacifica tra “noi” e “loro” che non è utopia e si basa su esempi concreti e semplici. Lo dimostrano ad esempio Giusy Brogna e l’imam di Catania Abdelhafid Kheit che danno voce a chi da anni ormai lavora nella città siciliana senza quasi più fare caso alle differenze che pur esistono e che rappresentano un elemento di ricchezza anziché qualcosa che separa e mette paura.
«Ancora prima del lavoro, quello che ci unisce ormai è un rapporto di amicizia – racconta con estrema naturalezza la Brogna –. Le nostre famiglie si frequentano, io insegno ai figli di Abdelhafid nel dopo scuola. Se non ci fosse questo fraterno sentimento credo che molte cose non si potrebbero fare».
Ancora amicizia e condivisione quotidiana sono alla base della comunità focolarina con quella musulmana a Trieste, dove una nascita o la morte di un fratello rappresenta l’occasione per testimoniare vicinanza e comunione di intenti. Piccole cose, gesti concreti e di aiuto: un ospedale, un doposcuola, l’oratorio o un concorso letterario come accade ad esempio a Teramo, perché la convivenza è più che possibile è doverosa.
«Occorre crederci e soprattutto proporre un modo originale di stare assieme, di dialogare, di vivere nel rispetto delle proprie culture, religioni e identità». È questo il messaggio lanciato dal palco dell’Augustinianum a Roma, un unico coro di voci per dire no alla guerra e al terrorismo. «Viviamo in un momento cruciale – ha esordito Michele Zanzucchi, direttore di Città Nuova, presentando alla platea di 400 persone i rappresentanti delle comunità islamiche, dei movimenti e delle associazioni presenti–, un momento in cui tutto può accadere e che può tirare fuori il meglio dell’umanità che è in ognuno».
Non solo testimonianze ma anche un momento di riflessione storica e di geopolitica da parte del professore Francesco Buonomo e dell’imam di Catania, rappresentante ufficiale dell’Ucoii.
«Il terrorismo che ha colpito Parigi è un fenomeno planetario e ci ha dimostrato che non esiste alcun posto sicuro – spiega il professore Buonomo –. Le vittime ormai sono quotidiane e in tutto il mondo eppure la parola più semplice, la riposta più immediata che il mondo occidentale ha voluto dare a questo fenomeno è quello della guerra. Per la prima volta si è perfino tirato fuori un articolo del Trattato europeo che obbliga all’aiuto reciproco tra le diverse nazioni se uno dei 28 Paesi viene attaccato».
Ma a oggi l’unica vera soluzione per non entrare in un conflitto globale devastante è la formazione dal basso, nelle periferie ovvero in quei contesti in cui la proliferazione del disagio sociale ed economico può essere benzina per il fuoco della violenza. È nella vita quotidiana che i giovani devono imparare a conoscere e rispettare l’altro. Solo il dialogo e il confronto possono essere l’arma vincente per contrastare l’odio e le divisioni.
Proprio per questo, per testimoniare appieno una precisa assunzione di responsabilità civile e civica, il Movimento dei Focolari e le Comunità islamiche in Italia hanno deciso di sottoscrivere un “Patto di prossimità e di collaborazione”, «perché nessuno si rassegni davanti a situazioni di convivenza che sembrano difficili».
Piccole ma fondamentali regole che siano le basi di un impegno concreto, che non ci facciano vivere l’altro come un nemico ma che facciano muovere ogni persona responsabile verso chi ha bisogno, chi subisce ingiustizie ed è in difficoltà. Occorre quindi un impegno concreto nelle città in cui si vive, aprire un dialogo per una convivenza più sicura che sia da stimolo e rappresenti terreno fertile per lo sviluppo economico e sociale. Azioni quotidiane che devono essere fatte a partire dal piccolo, dalla propria realtà quotidiana per essere esportate fuori dalla propria casa alla strada, dalla sala di un convegno a una piazza, alla scuola alla vita reale. Solo così ci può essere una speranza di vivere e sperimentare la fraternità.
Elisabetta Cannone – Fonte: CittàNuova.it

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