Raffaele, Italia: “È la mia libertà”

5 Luglio 2015
Sono Raffaele Natalucci, ho 25 anni e studio giurisprudenza. Insieme ai Giovani per un Mondo Unito provenienti da tutta Italia la scorsa estate abbiamo deciso di spendere parte delle nostre vacanze nelle periferie con 80 bambini di un quartiere di Siracusa e con i migranti ospitati nel centro di accoglienza di Priolo. Illuminanti le parole di un professore di educazione fisica della scuola dove eravamo ospitati: “l’insegnante ha senso quando ha davanti studenti ai quali la società impedisce di elevarsi”; oppure quelle dell’ex sindaco di Siracusa: “la fraternità non è buonismo ma una categoria politica attraverso la quale è possibile superare i conflitti identitari”. Durante le attività di workshop sono emerse contraddizioni e ferite profonde come figli di genitori in regime di carcere duro, al 41 bis, e parenti coinvolti di recente in scontri a fuoco. Accanto a questa realtà traspariva dagli abbracci, dall’aggressività e dalle provocazioni dei bambini, la costante ricerca di persone fidate. L’esperienza vissuta con loro ha spinto noi animatori a mettere in comune capacità, interessi e attitudini amplificandole al massimo.

Delle giornate al centro di accoglienza di Priolo è rimasto il rapporto umano e il legame stretto con i migranti. Il confronto con i giovani provenienti dal Bangladesh, dal Continente africano e dal Medioriente ha consentito di spostare in avanti e di aprire i nostri orizzonti: c’è chi ha attraversato per due anni un intero continente fra conflitti, deserti e prigioni disumane, rischiando di annegare a pochi metri dalla costa o per fuggire dalla guerra. C’è chi è scappato perché spinto dalla fame e chi ha rifiutato di accettare un matrimonio combinato. Un dato è certo: come ci hanno confermato alcuni ragazzi del Gambia, dopo gli ostacoli affrontati non temono né leggi xenofobe, né i ricatti della criminalità organizzata. C’è la volontà di uscire fuori e condurre una vita normale, a tratti sembra di ascoltare le storie vissute dai nostri nonni emigrati oltreoceano. È stato un conoscersi e un riconoscersi, sperimentando un’affinità di speranze, progetti e visioni del mondo: verso la fine ci siamo sentiti anche di scommettere sulla possibilità di costruire un futuro in Italia.
Concluse le nostre attività, assistendo allo spettacolo finale in cui i bambini mettevano in scena il lavoro svolto nei workshop, ho capito di aver appena vissuto la più concreta esperienza antimafia. Le fotografie più fedeli del campus sono quelle del workshop sulla pittura: nei ritratti e nei paesaggi inizialmente il colore dominante era il nero, significativo un disegno che raffigurava una scuola circondata dai rovi. Nei giorni successivi è scattato qualcosa. Un bambino descrivendo il suo dipinto su cui era rappresentata una foglia che vola via dal ramo ha detto: “è la mia libertà”. Con il passare del tempo i rovi hanno lasciato il posto alle rose mentre il buio ha fatto spazio al sole.

 

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